Università di Scienze Creative aperte a tutti: una necessità per l’educazione contemporanea

Creatività come infrastruttura economica e sociale
Negli ultimi vent'anni la creatività non è stata più considerata un ambito marginale o "decorativo" del sistema economico, ma una vera e propria infrastruttura strategica. I report dell'OECD evidenziano come i settori culturali e creativi generino occupazione, innovazione trasversale e impatto positivo sul benessere collettivo. Le industrie creative, dal design all'audiovisivo, dalla comunicazione digitale all'editoria, non solo producono valore economico diretto, ma generano innovazione indiretta in ambiti tecnologici, urbani e sociali. Richard Florida, autore de The Rise of the Creative Class, sostiene che le città e le nazioni capaci di attrarre capitale creativo sono anche quelle più resilienti economicamente. Se la creatività è una leva di sviluppo, allora limitarne l'accesso formativo significa limitare il potenziale di crescita collettivo. Università di Scienze Creative aperte a tutti diventano quindi una vera opportunità di crescita non solo nell'ottica della scelta educativa.
Dal "saper fare" al "saper essere": una questione antropologica
Per decenni il paradigma educativo dominante ha privilegiato la performance tecnica: competenze misurabili, produttività, standardizzazione. Il modello era chiaro: imparare a fare. Ma l'educazione non è solo addestramento. È costruzione di identità. Ken Robinson ha denunciato più volte come i sistemi scolastici abbiano soffocato la creatività in nome della standardizzazione. La sua tesi non era romantica, ma strutturale: ha sostenuto che i sistemi educativi moderni siano stati progettati sul modello dell'era industriale: standardizzazione, classificazione per età, valutazione comparativa e gerarchia disciplinare (con matematica e lingue al vertice e arti in posizione subordinata). Una delle sue affermazioni più citate è che "le scuole uccidono la creatività", non perché manchi talento negli studenti, ma perché il sistema premia la risposta corretta più che la domanda originale che nasce dall'intelligenza emotiva e da un pensiero divergente. In questa prospettiva, la riflessione di Ken Robinson appare particolarmente significativa. Nella celebre TED Talk Do Schools Kill Creativity? (2006), Robinson sostiene che i sistemi educativi contemporanei siano ancora modellati su un paradigma industriale, fondato su standardizzazione, gerarchia disciplinare e valutazione comparativa. Questo modello privilegia la riproduzione corretta di contenuti rispetto alla generazione originale di idee, scoraggiando il pensiero divergente e la capacità di assumere rischi creativi.
Secondo Robinson:
- La creatività è una forma di intelligenza, non un talento marginale.
- L'errore è parte del processo creativo; ma un sistema che punisce l'errore inibisce l'innovazione.
- L'educazione dovrebbe aiutare ogni studente a trovare il proprio "elemento", cioè l'intersezione tra talento e passione.
Nel contesto delle Università di Scienze Creative, questo significa
costruire ambienti che non selezionino solo chi performa bene secondo parametri
standardizzati, ma che coltivino potenzialità differenti ascoltandosi e
valorizzandosi. Anche Martha Nussbaum, nel saggio Non per profitto,
difende l'importanza delle discipline umanistiche nella formazione democratica.
Senza immaginazione, empatia e pensiero critico, la competenza tecnica rischia
di diventare sterile o, peggio, eticamente cieca. Per anni ci è stato
implicitamente imposto di "funzionare" più che di "essere". Una visione
complementare si ritrova nel pensiero di John
Dewey, che in Experience and Education
afferma come l'apprendimento autentico nasca dall'esperienza attiva e dalla
riflessione critica sul fare. Dewey supera la dicotomia tra teoria e pratica,
anticipando modelli universitari basati sul laboratorio, sull'interdisciplinarità e sulla
connessione con la realtà sociale. Infine, la teoria delle intelligenze
multiple di Howard Gardner
legittima scientificamente la pluralità delle forme di talento, riconoscendo la dignità cognitiva alle competenze artistiche e creative. Questo contribuisce a
superare una visione unidimensionale dell'intelligenza, rafforzando la
necessità di percorsi universitari inclusivi e aperti.
Ma il lavoro contemporaneo richiede autenticità, flessibilità identitaria,
capacità narrativa. Le Università di Scienze Creative possono colmare questa
frattura, integrando competenze e consapevolezza personale.Non si tratta di
contrapporre fare ed essere. Si tratta di avviare una sinergia tra i due. Se
prendiamo alcuni grandi autori del mondo pedagogico troviamo una linea comune
di pensiero:
- Robinson denuncia la rigidità sistemica.
- Dewey valorizza l'esperienza come apprendimento autentico.
- Montessori difende lo sviluppo individuale.
- Freire promuove coscienza critica.
- Gardner legittima la pluralità delle intelligenze.
Tutti convergono su un punto centrale:
l'educazione non deve produrre solo esecutori competenti, ma individui
consapevoli, creativi e capaci di pensiero autonomo.
STEAM: integrare arte e scienza per innovare davvero
Il dibattito internazionale tra STEM e STEAM è
emblematico. L'aggiunta della "A" (Arts) alle discipline scientifiche non è un
vezzo estetico, ma una proposta epistemologica. Studi pubblicati su riviste
accademiche come Education Sciences (MDPI) mostrano che l'integrazione
delle arti nei percorsi scientifici migliora la capacità di problem solving
creativo e il pensiero divergente. L'idea è semplice:
la scienza formula domande, l'arte amplia lo sguardo su quelle domande. Le
Università di Scienze Creative diventano spazi di contaminazione disciplinare,
dove l'errore non è fallimento ma processo generativo.
Università creative come ecosistemi aperti e inclusivi
Il concetto di "creative university" si sta diffondendo in ambito accademico come modello alternativo all'università tradizionale trasmissiva. Non più solo aule e lezioni frontali, ma:
- laboratori esperienziali
- spazi maker
- coworking accademici
- progetti reali con imprese creative
- percorsi modulari e personalizzabili
Aprire significa:
- riconoscere talenti non lineari
- valorizzare percorsi atipici
- accogliere studenti adulti o provenienti da background differenti
- integrare neurodivergenze come risorsa creativa
L'università pensata cosi diventa davvero spazio di crescita e autentica formazione nell'ottica del learning by doing.

Creatività e benessere: un impatto anche psicologico
Le ricerche in ambito psicologico mostrano come l'attività creativa sia associata a motivazione intrinseca e benessere. Mihaly Csikszentmihalyi, con la teoria del flow, ha dimostrato che gli stati di coinvolgimento creativo profondo aumentano soddisfazione e percezione di significato. In un'epoca di ansia performativa e precarietà identitaria, offrire percorsi accademici che valorizzino espressione, immaginazione e narrazione personale significa contribuire anche alla salute psicosociale. L'educazione creativa aperta amplia la partecipazione democratica e rafforza la cittadinanza attiva favorendo l'innovazione sociale. Oggi, a mio avviso, non servono solo professionisti competenti ma anche persone capaci di immaginare. Scrivere di università aperte e creative per me non è solo una posizione teorica. Faccio parte dell'Università Popolare di Scienze Creative come associazione e questo mi permette di osservare da vicino quanto sia potente un modello formativo inclusivo. L'esperienza concreta dimostra che quando si offre uno spazio in cui le persone possono esprimersi, sperimentare, dialogare tra discipline diverse, accade qualcosa che va oltre l'apprendimento tecnico: emerge identità, consapevolezza, senso di appartenenza. In un'epoca in cui per anni ci è stato implicitamente chiesto di "saper fare" per essere riconosciuti, entrare in contesti accademici che valorizzano anche il "saper essere" rappresenta un cambio di paradigma culturale. Non si tratta di abbassare gli standard, ma di ampliare lo sguardo: riconoscere che la competenza autentica nasce dall'incontro tra capacità, esperienza e visione personale. L'università, quando diventa popolare nel senso più alto del termine, non è un luogo elitario ma uno spazio generativo.
Articolo a cura della Dott.sa Valentina Catania